2012

Performance incentrata sul rapporto individuo-società, metaforicamente racchiuso nell’immagine delle metropoli con i ritmi e i riti che impone ai suoi abitanti. Uno studio sulla caducità umana, sfruttata, combattuta, esorcizzata. In queste grandi città, espressione della “civiltà” che vorrebbe rendere tutto possibile, i gesti quotidiani che l’individuo si autoimpone per continuare a fare parte del meccanismo sociale e per non essere emarginato, alienano e disperano. Da una parte l’immagine della città, abitata, attraversata, demolita e ricostruita, dall’altra una massiccia gabbia di ferro. Una prigione da dove scappare e dove continuare a tornare. E’ l’espressione di una condizione psicologica e spirituale prima ancora che materiale. Una cella da cui gridare la propria disperazione, contro cui scagliare la propria rabbia, dentro la quale confessare il proprio delitto.